Se l’Arte non ha più niente da dire, l’artista ha ancora molto da comunicare, ma talvolta ciò è reso difficile dall’assenza di dati riconoscibili, quando nella pittura o nella scultura mancano tracce di figurazione – sostiene Giulia Sillato, storico dell’arte di scuola longhiana -.

L’arte non figurativa ha evoluto la sua espressività ricorrendo all’impiego di materie vive e persino talvolta invadendo lo spazio. Necessita quindi una riformulazione della concettualità artistica e soprattutto lo sviluppo, nell’osservatore, di capacità critiche e decodificanti i messaggi visivi in assenza di riferimenti interpretativi convenzionali”.

Nasce quindi nel 2010 il Metaformismo, teoria visiva innovativa e rivoluzionaria, destinata a mettere in discussione vocaboli da sempre in uso nella critica d’arte, come astratto, informale, aniconico, ma che alla luce di nuove riflessioni appaiono del tutto superati.

Le reali spinte ce le offre proprio l’arte classica, l’arte del passato, quell’arte che ha fatto esistere tutti i monumenti storici in cui l’autore ha realizzato mostre d’arte metaformale dal 1997 a oggi con il ciclo gemello “L’Arte Contemporanea nelle antiche dimore”.

Dal passato stesso, oggetto di una polemica avanguardistica che è durata per tutto il XX secolo, nascono i semi di una rilettura dell’arte contemporanea che non ha mai veramente troncato i rapporti con le sue origini.

Il Metaformismo quindi nasce da riflessioni sulla possibile continuità del passato nel presente e propone un nuovo modo di leggere le forme all’interno di tutte le espressioni artistiche non figurative, le quali, alla luce di una nuova indagine critica, appaiono “prive di figure ma non di forme”. L’individuazione di queste forme introduce a una migliore comprensione del lavoro artistico.

 

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