CRITICI D’ARTE

Da ”La gioia dell’arte – destinati al successo”- pag73

“Michele Pinto spazia con evidente maestria tra opere bidimensionali astratte – dove rapide e calligrafiche pennellate scandiscono armoniosamente lo spazio pittorico – e composizioni a tutto tondo di matrice espressionista e di chiaro impatto emotivo.”

Stefania Bison

 


Michele Pinto, peregrinando in vari luoghi, ha potuto toccare con mano le situazioni più diverse riuscendo attraverso la pittura a trasmetterci la complessità dell’uomo con una sintetica ed elegante semplicità di forme e di colori.

Attraverso le sue opere emergono gli approfondimenti compiuti sulla pittura di Michelangelo, del Caravaggio e del Tiepolo. Dall’approfondimento dell’arte di Rodin ha imparato a trattare lo spazio e la massa, mentre l’opera di S. Dalì lo ha fatto approdare a creazioni surrealiste; ma non dobbiamo dimenticare la lezione dei pittori divisionisti, che gli hanno insegnato la maniera di creare atmosfere di luce cariche di suggestione. E la suggestione, la forza lucida, protagonista delle sue creazioni, tutta rivolta all’uomo perché ritrovi “la dimensione autentica” ed è per questo che nelle sue opere è raffigurato l’uomo la cui calvizie esprime la sapienza, e la nudità la purezza.

E’ possibile intravedere, attraverso pennellate di colore palpitante di vita, un ordine di cose che va oltre lo spazio e il tempo: la luce. Sono rappresentati luoghi, figure, composizioni che avendo superato il contingente si propongono come materia di riflessione. E’ facile immaginarlo davanti al cavalletto con il colore che gli sgorga dalle dita, mentre luci, profumi e suoni lo avvolgono con fermezza e chiarezza facendogli sentire profondamente il dolore dei naufraghi dell’ideale, di coloro che si affaticano travolti dalla corrente degli eventi ingiusti o luttuosi per guardare con essi verso l’alto.

La sua tavolozza è ricolma di colori vitali e ribollenti con i quali opera, partorisce, trasforma le sensazioni in forme chiare ed urlanti.

Tante volte lo si sente dire: “Bisogna dipingere bianco nel bianco e si coglie, ascoltandolo, l’esigenza profonda di chi, avendo cercato e ricercato nelle forme e nelle composizioni, percorso e ripercorso il riconoscimento ora, trovato il vuoto, desideri qualcosa di originale, vero, luminoso.

Il vagare di un dedalo senza mete ed obiettivi ha scavato nell’artista il desiderio dell’essenza che c’è nel “cosmo” come energia che rigenera e spinge nel silenzio l’umanità con la speranza nella possibilità di realizzare la gioia.

La massa cerca tumultuosa l’ossigeno puro; a quel vortice di potenze in lotta, Michele Pinto dona la sua visione, le sue soluzioni armoniche, quelle che ha intravisto, osservato, creduto attraverso il bel gioco di forme e colori che sanno schiudere l’osservatore al di fuori del circoscritto.

Nel travagliato scavare, scoprire, coprire, volgere, rivolgere, osservare dai punti più diversi, egli azzera ogni forma che possa associarsi ad un’idea familiare e così facendo, slega l’uomo da molti legami banali per proiettarlo, elevarlo e ricondurlo più maturo verso il sé, cosicché il suo pennello è una lama affilata che vuole arrivare al cuore addormentato, chiuso, perché si desti a nuove realtà.

L’artista cercando un dibattito autentico apre e graffia sui muri della paura invitando a riflettere sui trampoli, invitandoci a lasciarli e a cercare rapporti diretti senza inutili rapporti mediatori, con quei supporti superflui i suoi lavori divengono spietati, ironici.

In molti suoi lavori è raffigurato un omino sostenuto da trampoli e davanti a quelle bacchette o trampoli ci si chiede se l’omino appunto rappresenti il pagliaccio, la caricatura, l’utopia o l’acrobata che con fatica si guadagna la vita per poter camminare in un oceano di cose artefatte, in un mare che risucchia ed appiattisce dove la brutalità è la regola. Soffermandoci sulla sottigliezza di quei bastoncini che sostengono l’ornino non si possono non pensare a quanto siano fragili certi equilibri, perciò chi crede di stare in piedi e di essersi innalzato, stia attento a non cadere! Emerge così l’invito alla prudenza, alla calma, alla fatica con la quale si costruisce se stessi e ciò che ci circonda.

E quando l’artista ritrae la natura, il paesaggio ci trasporta in dimensioni dove la forma plastica, la materia solida perdendo il peso diviene un mezzo, un corpo unico nell’unicità di uno spazio celestiale. E’ visione di insiemi dove la terra ferma è capace di richiamare un’isola senza confini di cielo e di acqua dove il sogno si palesa per rilucere come un cristallo attraverso il quale richiamare quel che c’è di buono superando le barriere culturali dissertando le vuote manifestazioni che sono il pretesto per autocelebrarsi.

Egli va, remando lento e deciso verso un linguaggio trasparente per il quale gli omini curatissimi non siano più una contraddizione ma una realtà partecipe di un’espressione spaziale, di una danza di volute di colore di felice melodia in una sorgente di note cristalline che sappiano segnare sentieri con vivaci cromatismi, carichi di spessore e ritmicità, insomma un balsamo per lo spirito, lavori, immensi spartiti, dove il pennello si incrocia con un canto sognato, esplode in fantasmagorici giochi, riflesso o traccia di un anelito a ciò che c’è di nobile ed eterno.

21/12/1998

Piero  Fabris


Chi volesse una conferma del carattere fecondamente ambiguo di tanta parte dell’arte contemporanea, se ne può facilmente rendere conto nell’attenta osservazione delle opere di Michele Pinto, in cui questo aspetto specifico viene trattato in maniera conseguente alla sua scelta poetica, senza volere minimamente dare l’impressione di uno sperimentalismo che proprio non gli appartiene, il che non vuol dire non praticare la diversità delle soluzioni, che è poi la via contorta e quindi la più giusta, per arrivare all’originalità, all’essenzialità del risultato visivo che egli sente proprio, in emanazione di un’idea e nella materializzazione di una emozione.

Si può parlare di un momento fantasmatico che è quello del ragionamento con se stesso, del monologo interiore, in cui si chiariscono le oscurità e si sciolgono i nodi del vedere, così come di un momento della fisicità, in cui si verifica l’architettura dell’immaginario, la sostanzialità dell’existere.

Il suo è un doppio registro che funziona molto bene: da un lato le escursioni fatte col disegno, curato nei minimi dettagli e particolari, in cui le figure vengono evocate e stilizzate, in maniera decorativa, nell’ambito di una dilatazione che assume aspetti fiabeschi, situati all’interno di una florealità che somiglia a quella di Fernando De Filippi, pur con una sua precisa cifra e identità, dall’altro lato le emanazioni plastiche di figure ambigue che hanno del madonnale e dello stregonesco, saldate in una filiera che non permette di determinare principio e fine di una simbolica catena.

Nel disegno, in cui compare il colore come elemento tonalistico, da cui non si può prescindere per la completa emancipazione di questo suo aspetto creativo dal puro effetto di studio, di diario teorico ed intenderlo come opera nella sua completa pienezza, anche se e qui che si nasconde la sua maggiore ambiguità, dovuta al carattere stesso dell’esplorazione formale di figure che sono tutt’altro che naturalistiche, piuttosto figlie di un versante e magico evocativo.

Nella una manipolazione plastica, tutto ciò diventa palese, confermando la complementarità di queste sue versatilità che si congiungono per diventare la misura di un immaginario che acquistando corpo si può non solo guardare, ma toccare, prendere in mano e quindi completarne ogni aspetto conoscitivo, dando anche dimostrazione di una versatilità che riversa l’aspetto teorico in quello pratico e viceversa, ricavandone, in ciascuno dei versanti, una serie di elementi in più per comprendere la valenza tattile del disegno e la valenza spaziale della scultura.

Le due facce finiscono con l’integrarsi e nel formare una unità di complementari che ci fa comprendere il perimetro operativo di questo interessante e fantasioso artista.

Dic. 2011

Francesco Gallo


Da ”La gioia dell’arte – destinati al successo”- pag . 87

“È la ricerca materica di un artista che bene affronta l’arte del colore sia in pittura, dove tende alla sperimentazione informale di taglio lirico-espressionista, che in scultura, dove sceglie una forte espressività figurale.”

Paolo Levi


da ” Arte italiana nel Mondo ” ,volume 8 – ed. CELIT (1981)

Michele Pinto è nato a Grumo Appula, un paesino dell’entroterra barese, il 21 giugno 1950.

All’età di quindici anni si è trasferito a Bari, dove ha completato gli studi all’Istituto d’Arte, avendo come insegnanti i professori Scaringi, Deiudicibus, Perelli, Marzano, Francesco Spizzico.

Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Lecce, diplomandosi nel 1971 con il massimo dei voti. I suoi docenti sono stati i professori Raffaele Spizzico, Calabrese, Viggiano, Pietro Marino.

Per motivi di lavoro e di insegnamento Michele Pinto ha peregrinato per l’Italia, soffermandosi alcuni anni a Roma, Varese, Busto Arsizio (VA) e Novara.

Intanto la sua pittura , contrapponendosi alla solitudine esistenziale e alla precarietà dell’uomo d’oggi, si è rivolta soprattutto alla ricerca di una più autentica dimensione umana, influenzata probabilmente dal suo substrato cattolico.

Basandosi su questi principi, Michele Pinto ha scelto immagini e simbologie con caratteristiche universali che esprimono non la relatività oggettiva dell’uomo, ma quella soggettiva: e quindi la calvizie come espressione di sapienza, la nudità come purezza dal peccato originale, l’asessualità come principio di eguaglianza.

Tutto viene inserito in uno spazio indeterminato, non naturalistico, per fare risaltare meglio il concetto dell’UOMO UNIVERSALE. Il colore, per il nostro Artista , ha la funzione di esprimere la vita che si intende trasferire nel quadro come nell’attimo del concepimento umano. La luce è¨ sia quella propria, posseduta dal quadro, sia quella data dalla natura vivente che è esterna ad esso. I suoi dipinti trattano temi di ordine quotidiano e sociale che vivono in ognuno di noi, evidenziando complesse situazioni sotto l’apparente semplicità delle forme.

Sicché le figure scarne e sovrapposte, soggettive ed individualisticamente emozionali ed emozionabili , come in una libera scrittura calligrafica non possono non mancare di interesse e di significato.

Forse lo studio attento di diversi pittori classici e moderni , ha contribuito o influenzato questa ricerca di stile personale e la tendenza ad intravedere in grandi superfici la dimensione ottimale in cui operare; difatti il “murale” o la grande tela sono particolarmente congeniali a questo Artista.

Da Michelangelo ha potuto scoprire l’interesse per l’immagine; da Caravaggio l’argomento sociale; da Tiepolo l’essenzialità della pennellata; da Rodin il modo di trattare lo spazio e la massa; da Dalì l’osservazione creativa ed infine dai divisionisti la luce atmosferica. E così tracciando segni pieni di significato e di espressione nel mare magnum del mondo dei demagoghi e dei politicanti, in quello dove tutti vorrebbero essere protagonisti, correndo dietro al conformismo e all’altrui successo, Michele Pinto, col sentimento temperato da una garbata malinconia, disegna e colora in tutta umiltà le sue storie.

E’ una descrizione lucidamente positiva, attenta, come si è accennato, anche alle esperienze proposte dagli artisti muralisti messicani, ed in tutta umiltà grandeggia la figura dell’uomo, e del negletto, del “numero” che vive la sua condizione fra il luogo del lavoro e l’umile sua abitazione. Nelle ricerche, e nello spessore della materia, l’uomo religioso e quello comune rimangono dunque i protagonisti intorno all’armonia coloristica, simbolismo più o meno inconscio, alle stilizzazioni apparentemente conformi alla politica metafisica.

Antonio Oberti


L’uomo è vittima della forma, diceva Pirandello: la forma è trappola, morte. Il sogno di ogni artista, però, è andare al di là dello spazio e del tempo, svincolandosi da ogni fardello che lo appesantisce e lo condiziona, come un grave in caduta precipitosa o un arbusto trascinato verso la deriva esistenziale.

È una continua ribellione dell’individuo al flusso della vita che lo ripropone in tutta la sua fragilità e precarietà, costringendolo quasi in una gabbia senza scampo o sospendendolo in attesa di una condanna imminente. L’artista è un privilegiato, perché l’arte è assoluto, libertà estrema che riesce a mediare il perenne dissidio tra finito ed infinito.

In tale temperie, la pittura di Michele Pinto, sin dalle origini, è un voler comunicare questa poetica dell’universo negato: l’uomo si sente vivere nel circoscritto, nel limitato, senza slanci vitali, perigliosamente scisso dal divino e dal trascendente, radicato in una realtà straniante.

Da qui parte la polemica sociale e civile di Pinto, che soprattutto con i murales vuol esprimere e far comprendere il senso di un’aspirazione ad un contesto umano più vivibile. L’arte non può essere maniera, espressione di forme – sia pure proprie – che si reiterano, deve essere infaticabile approfondimento, passaggio di stadi evolutivi, perché la pittura ambisce all’eterno e al sublime, anche attraverso la sofferenza.

La chiave d’accesso agli spazi siderali per Pinto non può che essere il colore vitale, che prevale antimanieristicamente su tutte le forme, che ne spezza ad ogni piè sospinto i connotati, ricreandoli in una visione superiore, risultato della ricerca di una dimensione atemporale, verso l’invisibile, l’inaccessibile, il trascendente.

Quello di Pinto e un muoversi ossessivo nel labirinto dell’immanenza, filtrando forme ed esperienze, che mai vogliono imbalsamarsi: Michelangelo, Caravaggio, Tiepolo, Dalì, Rodin, i divisionisti non sono imitati, ma studiati in tutte le implicazioni più vive, per essere ricomposti specularmente attraverso il corredo coloristico, che non è solo il portato dell’immaginazione, ma diventa storia pittorica, culto delle emozioni.

Pinto non si relega in una torre d’avorio, anzi della pittura corre tutta l’alea; la sua simbologia vuol parlare dell’uomo all’uomo, comunicando le percezioni, così come le esperisce nel momento in cui dipinge, partendo dal particolare per approdare all’universale.

Attraverso la luce, nei paesaggi, Pinto partecipa all’atmosfera del momento, mentre nei dipinti più simbolisti utilizza colori vivaci e contrastanti, che riescono a comunicare la sua religiosità di corpo e di mente.

Nei quadri jazz l’autore raggiunge il diapason dell’astratto puro con ricomposizioni di espressioni acustiche visive e corporee.

Per il tramite della sensazione, il pittore riesce a trascendere il reale; e la forma, ogni forma, vive in un dinamismo superiore che si stacca dalla materialità dell’esistenza per partecipare all’universalità della vita, che è eterno fluire finalistico.

Ott. 2011

Ubaldo Riccobono


La pittura di Michele Pinto, contrapponendosi alla solitudine e alla precarietà dell’uomo d’oggi, si rivolge soprattutto alla ricerca di una più autentica dimensione umana, che tenga conto di tutte le componenti dell’essere: corpo, psiche, spirito.

Partendo dal reale affronta tematiche inquietanti di tipo sociale fino a spingersi verso la espressione delle emozioni pure, dove il colore prevale sulla forma sino a trascenderla.

La sua ricerca si espande verso le frontiere dello spirito aprendo il varco all’invisibile, all’inaccessibile, al trascendente. Esplora inoltre campi applicativi dell’arte: la prevaricazione e la riabilitazione psicologica di disabili psichici, con metodologie integrate.

Sceglie immagini e simbologie con caratteristiche universali, che esprimono non la relatività oggettiva dell’uomo bensì quella soggettiva: quindi la calvizie come espressione di sapienza, i trampoli come artificio narcisistico dell’essere umano, l’uomo a cavallo come espressione di archetipi della tradizione storica mediterranea, ecc.

Tutto viene inserito in uno spazio indeterminato, non naturalistico, per far risaltare meglio il concetto dell’uomo universale.

Il colore ha la funzione di esplicitare le emozioni inconsce, di definire la spazialità grazie alle pennellate, che determinano effetti chiaroscurali e delimitano figure-sfondo.

Il suo modo originale di trattare lo spazio e la massa spinge l’artista a ricercare grandi superfici per dipingere “murales” che rendono accessibile a tutti la creatività artistica.

Diventa interessante approcciarsi alle sue opere per la multi-livellarità di piani di lettura possibili.

Luglio 2002

Rotnip


I trampoli di Michele Pinto sono una metafora che non esaurisce il repertorio tematico di questo artista ma ne costituisce un punto di riferimento imprescindibile.

Nella riflessione di Pinto i trampoli simboleggiano l’elemento artificiale di un modello di socialità e di cultura che ha perso storicamente e, forse in maniera irrimediabile, ogni possibilità di contatto diretto, immediato (cioè senza mediazioni) con il reale e la vita.

Come vestiti, dentiere, occhiali, automobili, appartamenti, documenti, strade, alberi, attrezzi, penne stilografiche, mobili, telefoni e, in definitiva, come ogni manufatto i trampoli sono protesi, prolungamenti esterni che permettono di rafforzare le facoltà umane, di dominare la natura e la loro trasformazione in simbolo è forse dovuta al fatto che si tratta di un tipo di protesi scarsamente funzionale e ormai relegata in un angolo della memoria collettiva, come le macchine per volare di Leonardo o le armature medioevali. Di una tecnologia abortita e ridotta a reperto non privo di valenze affettive, poetiche.

Sospesi sui loro piedistalli-trampoli gli uomini di Pinto si muovono in uno spazio illusorio, privo di riferimenti naturalistici concreti e persino di punto d’appoggio, in un non-spazio che conserva tuttavia, attraverso l’artificio prospettico, l’illusione della temporalità.

Guardano dall’alto ma non sono giganti, anzi la loro nudità mette in rilievo quanto di fragile e precario è collegato alle loro presunzioni individuali e collettive.

Sono scimmie con le stampelle, nemmeno attraversate, come l’acrobata di Nietzsche, dall’angoscia e dalla consapevolezza della caduta. Infatti nei quadri di Pinto la lucida, spietata analisi della condizione umana non è tale da prospettare sbocchi di possibile superamento storico e materiale, ma unica salvezza sembra essere proprio quella di una redenzione in senso cristiano o comunque trascendente, in un aldilà o “altrove”, cui queste tele alludono nell’indeterminatezza degli spazi, nell’assenza di riferimenti paesistici e della stessa linea di orizzonte, nell’accettazione del bianco e del vuoto che è ancora l’indeterminata possibilità della filosofia tardo-medioevale, il “luogo” in cui si formano e si annullano tutte le certezze.

Sebastiano Vassalli

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