NOTAZIONI CRITICHE

Vernice Arte – settembre 2015

Spazio e tempo sono ormai diventati i “grandi reclusi” del mondo contemporaneo, anche a causa – ma sarebbe meglio dire, per colpa – del dilagante mondo informatico che in ogni location – in casa, in tram o nella metropolitana – impedisce qualsiasi forma di approccio, di conversazione tra i passeggeri perché tutti, o quasi, subiscono l’attrazione fatale del “dialogo virtuale”. In altri termini, si preferisce “chattare”, invece di abbandonarsi alle salutari “quattro chiacchiere” con il compagno di viaggio.

Da questa considerazione prende il via  il sogno, comune a molti artisti non solo contemporanei, di andare al di là dello spazio e del tempo, forse per liberarsi da ogni legaccio che possa condizionarne l’umana avventura e l’ascesa professionale.

Di qui “la pittura del tempo sospeso” di Michele Pinto che, in certo qual modo, sottintende l’ansia insopprimibile di non gettare alle ortiche quanto ci offre la tradizione, ma di andare al di là di certe convenzioni con il piglio coraggioso di Cesare quando decise di attraversare il Rubicone, oppure con la temeraria sfida di Ulisse che volle conoscere l’ignoto, superando le colonne di Ercole.

Nella mostra presso “Vernice Arte” il pittore – scultore Michele Pinto col suo filo d’Arianna riesce ad evadere dal Labirinto, intessendo dialoghi con tutti. Egli avverte il privilegio dell’Artista di poter andare oltre senza alcun timore, con la sicumera baldanza che eventuali imprevisti non possano trascinarlo in un oscuro labirinto, senza vie di uscita. Non si dispera per nulla: ha un portentoso filo di Arianna che lo induce dapprima ad affrontare con i “murales”la polemica sociale per approdare in un contesto umano più vivibile.

E’ dell’avviso che la vera Arte non può essere mera espressione di formule stantie e ripetitive, ma sa esprimere la voglia e anche la sofferenza per approdare ad un approfondimento che apra le porte al sublime, dove la mente, obliosa dell’ora che passa, riesca a vivere l’incanto “di una pittura del tempo sospeso”.

E così, lungi dal chiudersi in una turris eburnea, Michele avvia un dialogo con Adamo, al quale confida delusioni e amarezze che non lo fiaccano ma lo spingono “ad osare l’inosabile”. E in tale alveo ci fa gustare il diapason dell’astratto puro tramite insolite e inedite visioni corporee per raggiungere un’ambiziosa meta: tuffarsi nell’universalità esistenziale.

A questo punto emerge in lui l’ambiguità dell’arte contemporanea che affida le sue chances ora a figure stilizzate ora a performances di simil madonne “saldate in una filiera”. Un percorso catartico che, per talune affinità, somiglia a quello di un grande del Quattrocento, Piero della Francesca. Il quale diede la stura ad una nuova sensibilità estetica, ossia ad una pittura che comunicava più di quanto si vedesse in superficie, grazie a figure immobili, congelate in un tempo immateriale. Un’arte, insomma, concettuale: luminosa e oscura al tempo stesso, che sovente si concede, come un’etèra all’amante, al piacere di una salutare conversazione.

Vinicio Coppola

 

Simbolismo

Realtà e simbologia nelle composizioni di Michele Pinto si danno la mano e gli oli e i disegni nascono con trepidazione e un ragionamento d’amore e ognuno di essi diventa viva testimonianza del suo linguaggio schematico, ogni figura e ogni colore non teme di svelarci per testimoniare fino al limite del simbolismo il significato profondo della vita.

Antonio Ruberti

Paesaggi

“… con l’uso acquerellato dei colori ad olio da il senso della freschezza, della trasparenza, dell’immediatezza delle atmosfere vissute nella lunga itineranza fra i paesi del Nord e del sud. I contrasti vengono rielaborati in punti di contatto fra dirupi, paesi arroccati su cime di monti, le ondulazioni dei villaggi, i paesaggi collinari umbri e le lunghe distese di grano lucane. Le linee decise sfumate delineano realisticamente le differenze paesaggistiche in una sequenza di luci ed ombre e tonalità, distensive e tenui che rilassano l’osservatore e l’orientano verso emozioni nostalgiche.

Dalla psicologia individuale, l’artista si apre alla psicologia cosmica, quasi di un sentire dilatato dove anche le cose trasmettono emozioni metapsicologiche di pace, di profondi silenzi, di solitudini invalicabili, densi di speranza. “

Rotnip

Ritrattistica

“… lo sviluppo della ritrattistica nell’opera  “personaggi in… cravatta” (progetto di francobolli) è una produzione originale nella essenzialità dei tratti grafici decisi, dinamici, che in modo fresco, immediato ed estemporaneo colgono particolarità personologiche. Nel continuo sconfinamento tra il “personaggio” e la “persona”, Michele Pinto riesce a sottolineare caratteristiche psicologiche, che demitizzano l’arte del presentarsi come celebrità. I tratti si fanno umani, attraverso l’interpretazione ironica del “personaggio”, sì da agevolare la lettura chiara dell’ “essere uomo” al di là della “maschera”.

Il chiaroscuro, essenziale, senza leziosità dei colori definiscono, puntualizzano con forza uomini della storia contemporanea.”

Rotnip

Astratto figurativo

… “lettere di primavera” annunciano una nuova svolta: il dissolvimento della scrittura in ideogrammi, e si dissolvono in assonanze, dissonanze di colori, nel gioco fantasmagorico delle vibrazioni emotive.

La forma perde il senso ordinario e si trasferisce nella ricostruzione prospettica del fruitore, che reagendo dinamicamente alle sollecitazioni visive e percettive, ricostruisce un nuovo senso soggettivo attraverso il dialogare inconscio con l’artista.

Il bisogno di Michele Pinto va verso l’espansività spaziale. Il limitato riquadro, insufficiente a connotare ed esprimere il fluire del pensiero creativo, progredisce attraverso la seriazione di tessere, in sequenza fanno emergere pensieri, emozioni, vibrazioni frizzanti primaverili.

Il sole tenue fa capolino tra gemme, prati, papaveri, producendo gioie infantili di corse nell’aria aperta, nella esplosività della vita che nasce. La policromia propone un linguaggio sincretico, criptico, ma efficace sul registro della emotività.

Rotnip

 

Espressionismo astratto

“… l’artista Michele Pinto trasferisce la sua affettività calda e coinvolgente nelle sue opere. Offre tratti della sua storia, percorsi, eventi, riattraversarti empaticamente, offerti in uno stile ricco di tensione, forza espressiva, essenzialità.

Propone spazi psichici ignorati, profondità non sondate, toccate da vicino attraverso forme, immagini elementari, simboli sintetici pregni di evocazioni indistinte e sfumate.

Alcune opere esprimono la gioia (vedi “Trine e Champagne”), l’inquietudine (vedi “Vento fra le nuvole”), il male (vedi “Drago”), l’angoscia di incubi dolorosi.

Nell’ “Oceano” riesce a tradurre in immagini la forza del mare che travolge in vorticosi movimenti l’osservatore, che viene risucchiato nelle profondità fino all’annegamento totale.

Ancora la riproposizione della lotta fra la vita e la morte in un tentativo estremo di riuscire a vincere la forza immensa e schiacciante dell’oceano.

Tale lotta è vissuta nella solitudine dell’essere, facendo leva solo sulle risorse personali.”

Rotnip

Sincretismo

“… lo studio interdisciplinare del linguaggio giovanile porta Michele Pinto verso frontiere di integrazione e sintesi di precetti multisensoriali. La poliedricità creativa, che lo caratterizza in quanto cultore di musica e arte espressiva teatrale, l’orienta verso espressioni sincretiche dei vari linguaggi, propone unità e  ricomposizioni serene delle espressioni acustiche, visive, corporee, vissute dal mondo giovanile in maniera scissa e frammentata.

Di qui il sua gesto grafico, colorato di emozioni, ritraduce e restituisce in unità e ricomposizione serene il sentire giovanile. Le percezioni multisensoriali acustiche, visive, motorie, corporee acquistano nei suoi dipinti un fascio di immaginifico. Gli happenings con musicisti (“note colorate”) e del possibile scambio d’ispirazione creativa. L’interazione creativa di linguaggi diversificati, musicale e artistico fornisce senso e comprensione al pubblico di emozioni sensoriali di più difficile verbalizzazioni. Michele Pinto, seguendo un suo itinerario di ricerca, negli ultimi lavori passa dalla fusione tra segni grafici e colori proiezioni immaginifiche: conglutinazioni di forme-incubo-immagini mitiche, che sembrano accennare ad un il linguaggio universale fatto per immagini: vero superamento della Babele del nostro tempo? “

Rotnip

Arte sacra

“… Nelle opere di arte sacra Michele Pinto dal largo spazio alla libera espressione dello spirito. Lo spirito si libera nello spazio-tempo interiore che è detemporalizzato e despecializzato in uno sconfinamento che va oltre le porte della corporeità e della psiche. L’ erranza dello spazio metafisico si direziona verso pause profonde di silenzio inesplorati di un “altrove cosmico” dove il finito cede lo spazio all’infinito incontenibile. Questo spazio trascendente viene reso immagine negli sfondi delle opere, dove le vibrazioni di tonalità di colore restituiscono suggestioni, emozioni che sono l’unico sistema dialogico del contatto mistico con il Soprannaturale.

Sfondi eterei (San Nicola) di pace, di serenità profonda rimandano alla impassibilità dei contatti mistici. I dinamismi contrastanti dei tocchi vibranti e caldi di emozioni delle luci ed ombre rappresentano squarci profondi delle infinite espressioni dell’amore perfetto e puro di Dio. Sullo sfondo si stagliano simboli-metafore, figure ricche di tensione di forza espressiva, la cui lettura multilivellare semplifica ed agevola alla lettura che può seguire vari registri di senso.

Michele Pinto potrebbe essere considerato un simbolista moderno, anche se trascende le correnti pittoriche, specie per l’utilizzo di simboli. Nelle varie edizioni delle tre  “Via Crucis” si nota il bisogno di comunicare con l’osservatore attraverso un linguaggio noto e profondamente conosciuto che pesca all’ inconscio collettivo. Così tornando alle radici della tradizione popolare ripropone con semplicità figure mitiche della cultura del Sud: “il cavalcante”, la “morte con la falce”. La rievocazione dei simboli mitici facilitano la comprensione dell’opera, per cui il dramma della lotta tra la vita della morte di Gesù, che occupa uno spazio a-temporale, viene incarnato nel “hinc et nunc” del fruitore, che diventa parte attiva e compartecipe dell’evento storico riproposto.

Le tessere della “Via Crucis” partono dalla visualizzazione di tanti protagonisti del destino di uno solo, Gesù, alla riduzione progressiva di volti, e alla eliminazione del superfluo per focalizzare l’immagine del “Servo sofferente”.

La esposizione rinvia al mistero del volto di Gesù, mostrandolo solo indirettamente nei segni del lino della Veronica.

Il fruitore percepisce continuamente l’oscillare fra il travalicamento del confine finito-infinito in un gioco continuo di rimandi, che segnano vari percorsi, il sentire oltre il contatto visivo e percettivo in un’altra dimensione, il cui vero linguaggio è il silenzio contemplativo.”

Rotnip

Via Crucis 2 – note a margine

La trattazione della “Via Crucis” si articola in un crescendo di elementi sempre più di tipo spirituale, che sono in contrapposizione con le figure, che si riducono di numero, lasciando maggiore spazio allo sfondo, che diventa la vera focalità dei riquadri.

L’artista, naturalmente, è coinvolto in prima persona; è colui che filtra l’esperienza drammatica di Cristo e, visualizzando i suoi vissuti, coinvolge il fruitore in un processo di messa in discussione di sè.

Ormai si è persa la cultura artistica dei secoli precedenti, nei quali intere generazioni di maestranze partecipavano alla costruzione di una Chiesa, nascendo è morendo con essa.

È vero che con l’industrializzazione della società contemporanea si sono contratti enormemente i tempi di realizzazione, per cui si è perduto il gusto di vivere e di trasmettere l’esperienza, non solo da un punto di vista estetico, ma anche come partecipazione viva di un percorso di vita dell’artista.

Pertanto  è utile fare alcune puntualizzazioni, che possono garantire una più agevole comprensione dell’opera.

Tutte le formelle dipinte propongono tre tipi di luce:

1)  l’intreccio delle pennellate del fondale fornisce la dimensione prospettica dell’immagine in senso spaziale ed in senso emotivo-spirituale. Questa luce, quindi, è l’essenza sintetica del riquadro nella sua vitalità esistenziale profonda.

2) il volume delle immagini garantisce il senso della concretezza, ma anche dell’espressività inquietante, drammatica, dolce e tenera dell’essere.

3) la luce solare colloca l’opera nell’ambiente naturale, nella vita quotidiana, nel presente, nel “hinc et nunc”.

L’artista usa alcune simbologie che hanno un senso perché accompagnano lo sviluppo del tema.

Il trampolo e l’impalcatura rappresentano le sovrastrutture sociali, supporti instabili e fragili dell’essere, espressione narcisistica di vissuti, di superiorità, ma anche di precarietà esperienziale.

La figura a cavallo rappresenta la morte, che aleggia sulla vita dell’uomo, sconfitta da Cristo, che assume su di sé la “morte”, cioè il “peccato”, restituendo alla vita, nuova dimensione di luce. La figura a cavallo è la riproposizione di una simbologia mitica delle tradizioni popolari del sud, definita “il Cavalcante”.

La collocazione spaziale del Cristo, in basso nel quadro, sta ad indicare la sua umiltà profonda, fino all’accettazione della morte come dimensione insignificante dell’essere.

L’intera opera è suddivisa in quattro sottotemi:

1) presentazione storica con riferimenti socio-politico-religiosi ( prima  e seconda formella);

2) proiezione dell’evento nel sociale con spunti di interazioni conflittuali (terza, quarta, quinta e sesta formella);

3) reazione soggettiva all’evento (settima, ottava e nona formella);

4) comunicazione spirituale: Gesù fra vita e morte e fra morte e vita (undicesima, dodicesima, tredicesima e quattordicesima formella).

La prima e la seconda formella si inseriscono nel primo sottotema.

La società è divisa in caste, in poteri opposti, in gonfaloni da difendere attraverso la manipolazione delle masse. Il popolo, sobillato, non vede più con i propri occhi; ma con quelli che il potere religioso aveva mediato. La faziosità del popolo determina la sorte di Gesù, che è affidato in mano ai pagani, detentori in fondo di un potere esecutivo.

Dalla terza alla quarta formella si passa da una inquadratura allargata, alle figure in primo piano. Si sposta la focalità verso l’analisi dei riverberi che l’evento suscita nella società.

Si sviluppano sfaccettature espressive di conflittualità nel senso dello scherno, dubbio, litigiosità, polemica, curiosità, con viraggi verso emozioni più profonde e partecipative, quali  la pietà, l’amore, la tenerezza e la condivisione.

La sesta formella, pur caratterizzando il Cireneo in colui che sostiene l’asse della croce evidenzia una focalità più pregnante nel senso del dinamismo e della forza espressiva, nella figura femminile in basso, che tende a raggiungere con la mano Gesù.

In sostanza la figura del Cireneo, superando la connotazione sessuale (maschile o femminile) si caratterizza nella spontaneità ed ingenuità del gesto, carico di fede, della donna, che supera così l’accondiscendenza, per paura del potere dell’uomo “Cireneo”.

Dalla settima alla nona formella il coinvolgimento soggettivo si fa più serrato, grazie alla riduzione delle figure rappresentate e allo stagliarsi sempre più in primo piano di Gesù. Le figure giganteggiano favorendo una maggiore identificazione del fruitore con Gesù, che con la sua offerta totale provoca una radicale “conversione”.

Esiste un netto contrasto fra la legnosità e freddezza gestuale dei soldati e la sensibilità espressiva del corpo dolente di Gesù.

Nella undicesima formella Gesù assume in sè la morte. Questa è ingabbiata in una nuova dimensione, attraverso il corpo di Gesù, che restituisce liberazione spirituale alla materia, rendendola simile a sé: infatti i segni della passione diventano segni di “regalità sacerdotale”.

Nelle ultime tre formelle prevale la rappresentazione spirituale della morte.

La dodicesima formella “emise lo spirito”, nel senso di emissione nel creato del soffio vitale, cioè Dio alitò la vita. Nel dipinto si intravede la luce, che l’anima coglie quando, sciolti i legami materiali, si pone alla “Suo cospetto”.

La tredicesima formella è collocata in una dimensione di sospensione. Il corpo diventa simile alla polvere, da cui è stato forgiato.

L’ultima formella rappresenta la dimensione dell’anima nella gloria, vivendo ormai nell’infinito e nell’eternità: “Dio è in cielo, in terra ed in ogni luogo”.

 

Aspetti tecnici dell’opera

È necessario fornire suggerimenti tecnici circa diversi piani di lettura della raffigurata “Via Crucis” per meglio comprendere gli effetti molteplici globali di ogni quadro.

Volutamente non si è scelta come superficie la tela, ma materiale plastico, in quanto l’opera dovrebbe essere collocata all’esterno in un ambiente naturale. La superficie plastica è stata prescelta, in quanto offre garanzie di elasticità e di accomodamento alle escursioni termiche e climatiche dei periodi stagionali. Di conseguenza anche le vernici usate, sono particolari, cioè sono resistenti alle intemperie e prive di sostanze che corrodono il materiale plastico.

Rotnip

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